A cura di Martina Barbi

“Physical activity as a modifiable risk factor in preclinical Alzheimer’s disease”. Yau, WY.W., Kirn, D.R., Rabin, J.S. et al. Physical activity as a modifiable risk factor in preclinical Alzheimer’s disease. Nat Med 31, 4075–4083 (2025). https://doi.org/10.1038/s41591-025-03955-6”.

Uno studio recentemente pubblicato su Nature Medicine ha esaminato il ruolo dell’attività fisica come fattore di rischio modificabile nella fase preclinica della malattia di Alzheimer, analizzando dati longitudinali di 296 anziani cognitivamente integri arruolati nell’Harvard Aging Brain Study. A differenza di gran parte della letteratura osservazionale basata su misure auto-riferite, in questo studio l’attività fisica è stata quantificata oggettivamente tramite contapassi (passi medi giornalieri). La progressione clinica e patologica è stata valutata invece mediante PET per beta-amiloide (Aβ) e tau, insieme a misure cognitive e funzionali, con follow-up fino a 14 anni.

I risultati hanno mostrato che livelli più elevati di attività fisica sono associati a un minore declino cognitivo e funzionale nelle persone con elevato carico basale di Aβ. Tale associazione non era attribuibile ad un effetto dell’attività fisica sui livelli di Aβ, ma ad un più lento accumulo di tau nella corteccia temporale inferiore. Le analisi dose–risposta hanno evidenziato una relazione non lineare, con i maggiori benefici osservati al passaggio dall’inattività a livelli moderati di attività, e una successiva tendenza alla stabilizzazione dell’effetto (plateau) introno a 5.000 e 7.500 passi al giorno. Anche livelli relativamente contenuti di attività fisica sono risultati associati a un rallentamento significativo dell’accumulo di tau e del declino cognitivo nei soggetti con elevato carico di Aβ.

In conclusione, lo studio indica che ridurre l’inattività fisica costituisce un obiettivo prioritario per strategie preventive nella fase preclinica della malattia di Alzheimer. I risultati sono coerenti con l’ipotesi che l’attività fisica possa modulare la cascata patologica intervenendo prevalentemente sulla progressione della patologia tau, e suggeriscono che target di attività moderati e pragmaticamente perseguibili possano tradursi in un beneficio clinicamente significativo nel ritardare il declino cognitivo e funzionale.

Per approfondire, è possibile consultare lo studio completo al seguente link:

https://www.nature.com/articles/s41591-025-03955-6