A cura di Roberta Baruzzi

La magnetoencefalografia (MEG), un metodo diretto e non invasivo per registrare l’attività magnetica cerebrale, è ad oggi una tecnica poco utilizzata ma che potrebbe rivelarsi efficace nella diagnosi della malattia di Alzheimer (AD).  Lo riporta un recente studio pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping, nel quale 10 controlli sani e 10 pazienti AD e con decadimento cognitivo lieve (MCI) sono stati sottoposti a due diversi tipi di suono ed è stata registrata, attraverso la MEG, la risposta della corteccia prefrontale mediale (mPFC), che sembrerebbe agire da iniziale “filtro” uditivo. I dati sono stati poi correlati con i punteggi ai test neuropsicologici. I risultati mostrano che l’area mPFC negli AD e MCI non generava alcuna risposta agli stimoli uditivi. Al contrario, in un gruppo di controlli la mPFC si attivava ad entrambi i suoni, mentre in un secondo sottogruppo la mPFC rispondeva ad un solo dei due. Questi ultimi controlli mostravano una peggiore performance ai test neuropsicologici. Pertanto, l’attivazione della mPFC in risposta a specifici suoni, registrata mediante MEG, potrebbe rivelarsi un promettente biomarcatore non invasivo per la diagnosi clinica e preclinica di AD.

Per approfondimenti l’articolo originale è disponibile al seguente link.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28714589